Bacche: un richiamo antico
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Articolo pubblicato su TSL Informa Ottobre 2007
Scoprire bacche mature tra i colori cangianti del fogliame autunnale è sicuramente uno dei piccoli grandi piaceri che un giardino può e deve offrire. Fra giardinieri gioire dell’abbondanza di stagione è cosa antica e comune, non comune è ricordare che questa emozione racchiude un mistero, o, per dirla con voce autorevole, un “abominevole mistero”.
Fu questa infatti l’espressione scelta da Charles Darwin quando, nel 1879, in una lettera indirizzata a Joseph Hooker, rifletteva sulla comparsa dei fiori e dei frutti sulla terra: un “abominevole mistero”.
Ci si chiedeva: come sono riuscite le piante a rendere commestibili e attraenti parti di sé? Quale straordinaria catena di casualità ha fatto in modo che gli animali divenissero veicolo inconsapevole per polline e seme? Infine, come è possibile che, senza l’intervento di una volontà divina, o quanto meno di un’intima mappa cognitiva, sia stato possibile approdare ad una tanto vitale quanto improbabile meta?
Provo a usare il modus pensante di Darwin e mi sembra di comprendere il perché dell’aggettivo “abominevole”: la meravigliosa perfezione del risultato evolutivo si riduce difficilmente all’analisi dell’intelletto, anzi sembra negarla.
Quale che sia il percorso che abbiamo alle spalle, le piante ci hanno eletto a loro mezzo di trasporto e propagazione e in questo particolare mutualismo noi esseri umani, senza tanto pensare, ci siamo perfettamente accomodati. Converrete che i frutti sono, ancor più dei fiori, il legame forte tra natura umana e vegetale: noi desideriamo le bacche perché esse ci attirano e in quest’ottica la grazia dei colori, tutta la scenografia che la natura offre, assumono rigidi connotati di utilità. La frutta sembra concepita appositamente per la nostra fame e probabilmente la nostra fame è evoluta insieme alla frutta, mettendo a punto un incastro perfetto: le piante vestite a festa ci seducono, noi ci abbandoniamo felici e lasciamo che i nostri abiti e i nostri apparati digerenti, siano per loro perfetti mezzi di trasporto e di propagazione.
Naturalmente le piante nel loro evolvere non si sono rivolte solo a noi: le tavole imbandite sono in realtà riservate, a noi alcune, diverse, ma non tutte. In natura guai a chi si siede e pasteggia alla tavola non sua: le retribuzioni vanno da minimi buffetti (un mal di pancia e via) a terribili punizioni che culminano nella pena capitale. Una cosa però nel mondo vegetale non è riservata, ed è talmente abbondante che coinvolge ed incanta chiunque: la bellezza.
Se è facile, entrando in un giardino colmo di bacche, sentire un rassicurante filo di serenità attraversarci – se ci sono frutti, ci sono piante che ci accolgono – ancora più facile è abbandonarsi alla bellezza che queste compongono, una bellezza che rende le cose non solo questioni di “pancia” ma altro, molto altro.
Proporre in giardino bacche è celebrare il legame profondo che ci unisce, in particolare è un invito a toccare, a pasticciare, a prendere e assaggiare, deglutire o sputare; in una parola interagire. Le bacche ci chiamano all’azione. Nessun bambino sa resistere a un ramo pendente carico di frutti ed è solo la ruggine degli adulti che frena l’impulso.
Le mie preferite? Tutte e nessuna: in questioni di natura sono assolutamente infedele; una stagione mi innamoro dei piccoli pomi dei meli ornamentali, l’altra perdo la testa per i colori accesi e le forme eleganti dei Berberis (avete mai visto il carico di bacche di una siepe non potata di Berberis ottawensis? Stupendo!). Io, con le piante, sono in balia degli incontri, delle occasioni, felice di esserlo. Sono infedele ma non dimentico; torno e raccolgo e spargo e aspetto. Così facendo tutta questa profusione, nel tempo, si appiccica addosso e capita che anche solo vuotando le tasche si contribuisca al grande gioco della vita.
Invecchiando in giardino, il vigore giovanile viene sostituito dalla conoscenza, le grandi fatiche delle piantumazioni di esemplari vetusti sono accompagnate dagli spargimenti di minuscoli semi e dall’osservazione sempre più attenta di ciò che la natura ci propone. Gli occhi e il cuore si riempiono di immagini e di emozioni: è indimenticabile la prima vista sulle sfere marziane dei Clerodendron spp, lo stupore della brina incollata al rosso corallo delle infruttescenze degli opali Viburnum opalus, e l’amore, impossibile a consumarsi, verso le multicolori e velenosissime berrette da prete o evonimi Evonimus spp.
Tra le bacche meno conosciute vi segnalo un cinnorodo di rosa, la Rosa Pleine de Grace, una selezione del 1983 ottenuta dei benemeriti vivai Lens. Sono coccole dal colore tenue, copiosissime sulla pianta e in questi giorni autunnali già dolci al palato. Le infruttescenze, senza bisogno dell’ammezzimento invernale, offrono uno dei banchetti più eleganti e appetibili di stagione. Quando queste rose invecchiano e superano quella condizione giovanile tipica delle sarmentose, tutte un po’ scarmigliate e fuggenti, la macchia di colore, alta un paio di metri e oltre, offre alla vista un puro piacere. La Pleine de Grace si presenta generosa in autunno cedendo il suo tesoro zuccherino quasi in un colpo: altre bacche poco conosciute in questa stagione si concedono al palato, ad esempio le belle bagole del Celtis occidentalis parente americano del comune spaccassassi o Celtis australis. Qui a Bologna le bagole di occidentalis le condividiamo e un po’ ce le litighiamo con i merli insaziabili: sono ancora troppo pochi purtroppo gli esemplari piantumati e questo piccolo e dolce frutto sfoggia un fascinoso vestito amaranto che sul giallo limone delle foglie incanta, evidentemente, non solo noi.
Chiudo questa breve galleria con un accenno alle dimenticate prugnole. Le spinete di prugnole aspettano i primi freddi per potere ammezzire i loro frutti: è difficile cogliere il momento opportuno al palato per queste splendide palline blu elettrico e forse non è questa la virtù principale di questa pianta, piuttosto quel suo essere, con quel suo odore tipico amaro, natura di confine tra il domestico e il selvatico, tra ciò che è per noi e ciò che per noi non è, qualcosa che fece scrivere allo schivo Cesare Pavese:
“Io salivo i sentieri di punta a cercare le prugnole in fondo alle vigne. Già allora mi piaceva appiattirmi in quella solitudine, nell’incolto sotto gli ultimi filari, a due passi dal bosco”.
E un delicato piacere riposare sul limitare del giardino, e cercare, magari proprio nella breccia di un prugnolo, un proprio orizzonte selvatico e silente…
Note
* Comunemente il termine bacca si applica più o meno a qualsiasi piccolo frutto carnoso, specie se commestibile, mentre in Botanica indica una categoria specifica di frutti, in questo articolo utilizzo la definizione comune.















