La bellezza degli alberi

Io però mi domando se il culto degli alberi non stia tornando, anche se in parte in forme nuove. Un tempo si poteva motivare la conservazione delle querce nel Djurgarden con frasi retoriche sulla grandezza del nostro passato, oggi usiamo come giustificazione i coleotteri che vivono nel loro intimo ormai putrefatto. Dobbiamo tuttavia ricordare che questa rivendicazione ha sempre avuto le sue radici nel desiderio di bellezza. La differenza è che al giorno d’oggi difficilmente lo diciamo senza tanti giri di parole.

Sjöberg, Fredrik. (2018), Perché ci ostiniamo, Milano: Iperborea. (pag.102)

Botanical Gardens, Bogor Walter Spies (1939)

E’ un tempo strano per gli alberi: abitano sempre di più il nostro immaginario e sempre meno le nostre vite di tutti i giorni. L’anno scorso, nel mondo, Il rapporto del Global Forest Watch indica la perdita di foresta vergine in 11,9 milioni di ettari. Ancora una volta è il Brasile a risultare il paese più in difficoltà con il triste primato di 1 milione e 361 mila ettari in fiamme. In Europa il saldo è positivo, ovvero le foreste si espandono, ma le cifre non intaccano minimamente le perdite globali. In più il nostro stile di vita ha responsabilità enormi nelle pratiche di deforestazione. E’ il nostro mercato che chiede carne, quindi foraggio, legname pregiato, petrolio, come denunciano a disco rotto le associazioni ambientaliste.

Uomini e cambiamenti climatici tagliano e bruciano alberi, le foreste si ritirano; come un anticorpo il nostro immaginario tenta di recuperare, crea miraggi sognanti, alle volte è poesia, altre volte no. Verso gli alberi manifestiamo sempre più favore, dichiariamo di amarli, ma a parte l’esotica comunità dei naturalisti con i loro coleotteri, il distacco è ancora grande. Nella mia esperienza di giardiniere gli alberi sono vissuti, o come oggetti di design, al grido di “funzionale e attrattivo”, o come elementi grezzi di transfert. L’idea di lavorarci sopra, di costruire una vista a più focali, di creare spazio tra una lente e l’altra è un’impresa da pionieri.

Sul numero 1389 di Internazionale trovate l’articolo di Ferris Jabr, La vita sociale degli alberi con la fotografia di Brendan George Ko. L’originale è stato pubblicato sul New York Times Magazine. E’ una conversazione/camminata sui luoghi di osservazione scientifica cari ad una delle voci più autorevoli della moderna ecologia forestale: la biologa Suzanne Simard (come tanti attendo fiducioso il suo Finding the Mother Tree: Discovering the Wisdom of the Forest). 

 

Scrive Jabr:

Analizzando il DNA nelle punte delle radici e tracciando il movimento delle molecole attraverso i condotti sotterranei, Suzanne Simard ha scoperto che i fili fungini collegano quasi tutti gli alberi di una foresta, anche quelli di specie diverse. Carbonio, acqua, sostanze nutritive, segnali di allarme e ormoni possono passare da un albero all’altro attraverso questi circuiti sotterranei. Le risorse tendono a passare dagli alberi più vecchi e più grandi a quelli più giovani e più piccoli. I segnali di allarme chimici generati da un albero preparano gli alberi vicini al pericolo. Le piantine tagliate dalle linee di vita sotterranee della foresta hanno molte più probabilità di morire rispetto alle loro controparti in rete. E se un albero è sull’orlo della morte, a volte lascia in eredità una quota sostanziale del suo carbonio ai suoi vicini.

La tesi della Simard è che gli alberi siano estremamente percettivi verso chi sta crescendo intorno a loro. La sua ricerca ha provocato uno dei dibattiti più accesi in biologia, uno dei temi è: la cooperazione è centrale per l’evoluzione quanto la competizione? Jabr, citando i lavori di Toby Kiers, instilla un ulteriore dubbio:

Le descrizioni degli studi della Simard danno l’impressione che le reti micorriziche siano condotti inerti che esistono soprattutto per il bene degli alberi, ma le migliaia di specie di funghi che collegano gli alberi sono creature viventi con i loro interessi e bisogni…

…Forse i funghi esercitano un certo controllo: quello che sembra uno scambio di nutrimento tra un albero e l’altro potrebbe essere il risultato della ridistribuzione delle risorse accumulate attuata dai funghi a beneficio di se stessi e dei loro alleati preferiti.

Gli alberi comandano o sono comandati? Siamo di fronte ad esempi di cooperazione collettiva o di sfruttamento reciproco? Armonia universale o lotta di classe? Di certo abbiamo che:

Quando una foresta secolare viene bruciata o tagliata, il pianeta perde un ecosistema di valore inestimabile e uno dei suoi più efficaci sistemi di regolazione del clima. Abbattere una foresta primigenia non significa solo distruggere singoli magnifici alberi, ma far crollare un antica repubblica il cui patto basato sulla reciprocità e il compromesso tra le specie è essenziale per la sopravvivenza della Terra per come la conosciamo.

Il punto che più mi appassiona, è che questo osservare, queste approssimazioni che si accavallano come onde, sono fortemente guidate dal motore bellezza. 

Riporta Jabr:

Da bambina, Suzanne Simard passeggiava spesso nelle foreste primigenie del Canada con i suoi fratelli, costruendo forti con i rami caduti, raccogliendo funghi e mirtilli e ogni tanto mangiando manciate di terra (le piaceva il sapore)… La foresta sembrava senza età ed infinita, irta di conifere, ingioiellata di gocce di pioggia e traboccante di felci e lilliacee. Le sembrava “natura allo stato puro”; un regno mitico, perfetto così come era.

Senza questo imprinting la ricerca scientifica di Suzanne sarebbe stata la stessa? E questi studi, queste teorie, a loro volta non aumentano, non trasformano, il nostro sense of beauty? Io penso di si.

Vi propongo questo scatto di Enrico Spanu ai piedi dell’olivastro di Luras. E’ tratto dal libro, Attaccati alle radici, racconto fotografico in B/N che riprende alberi magnifici in terra di Sardegna.

Il volume dal formato orizzontale (un originale C4 229×324) permette di godere appieno la qualità fotografica del lavoro di Enrico. Accompagna la scrittura garbata, sotto tono, di Lello Caravano, il cui testo lega uomini e piante e ricostruisce la storia di questi grandi monumenti viventi dell’isola, che vanno dall’immenso olivastro di Luras alle piccole viti di Atzana.

Come scritto in prefazione questa è la terra di Grazia Deledda e delle sue parole pronunciato nel 1926 in occasione della consegna del Premio Nobel:

Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.

 

 

 

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