Domande (giardini)

Farneto, 1990. Sto rilevando il parterre di bosso di Villa Bolognini-Salina: metro, matita, un foglio all’ombra dei pini.
La corona non si chiude: manca un pezzo del disegno, un lascito della guerra.


Da allora ho camminato tante volte lungo quel margine spezzato. È rimasto tale.


Domanda: che luoghi sono i giardini?


Risposta: mappe del tempo, teatri di verzura, non solo per essere visti, ma perché qualcosa vi si compia: intrecci di gesti e intenzioni. Luoghi di piante, legate a noi, a una storia, a un sogno di bellezza e felicità.

Piante amate e odiate, vissute insieme alla pietra, alla terra, all’acqua, agli uccelli: il troppo del vivente, e in mezzo noi, i giardinieri.


Ma c’è chi, in un giardino, non trova nessuna di queste cose.
Emil Cioran, nella sua corrispondenza Il nulla per tutti, ricorda Paul Celan in un giardino, su una chaise-longue, mentre si sforzava di essere gaio senza riuscirci, con l’aria impacciata di un intruso, come se quello splendore non fosse per lui.


Cioran immagina il suo pensiero: Che cosa cerco qui?

Mi fermo su questa domanda perché non è retorica. Chi se la pone davvero è già fuori dal giardino, anche se è seduto in mezzo al verde. La chaise-longue promette riposo, il riposo promette innocenza. Celan non poteva accettare la promessa. Aveva i genitori morti in Transnistria, aveva scritto la Todesfuge, scriveva in tedesco perché era la lingua di sua madre, ed era anche la lingua di chi deportava. Quello splendore non gli era negato con violenza: gli era semplicemente altrove.
Cioran non dice dove sia quel giardino. Non serve. Ogni giardino può diventare quel giardino, appena arriva chi la propria felicità non è riuscito a tenersi.

Il verde, allora, non offende: ignora. Continua. Fiorisce davanti al visitatore come fanno le cose belle, senza chiedersi chi se le meriti.

Per lui il giardino è un luogo innocente, estraneo alla colpa e all’infelicità di chi lo frequenta. Allo stesso tempo, per chi lo cura, non lo è: c’è, storicamente, un esercizio di potere: la volontà di piegare il vivente ai nostri desideri. E ne sosteniamo il costo, incuranti del peso.

Felix Nussbaum
The Backyard at the Rue Archimède, 1938


Bruxelles, 1938.
Felix Nussbaum è in esilio. Nel cortile della rue Archimède le sedie sono contro il muro, il verde è tenuto a bada da mani che ancora credono al domani. Anche questo può essere addestrare: tenere in ordine un cortile, mentre fuori la storia si disfa.
Due anni dopo fuggirà ancora, e non basterà: nel 1944 Auschwitz.


Che cosa c’è in questo dipinto? Un prima della catastrofe e, insieme, qualcosa che la contiene già tutta.

(…citare Nussbaum è enorme, sono consapevole… ma annuso l’aria: qualcosa ritorna. Fiore d’arancio, forse. Non so di dove.)

Il mio primo giardino è stato il grande parterre di bosso e peonie, a Villa Bolognini-Salina.


Ci sono arrivato nel 1990, finito il servizio civile, quando iniziai a lavorare come educatore in una cooperativa agricola sociale, per gli utenti del Centro di Salute Mentale di San Lazzaro di Savena.
Il giardinaggio era uno dei lavori possibili: facile da trovare, abbastanza semplice nelle sue attività e, cosa fondamentale, sufficientemente retribuito.
In quel luogo alcuni di noi, banda di poco interi, hanno imparato un mestiere.

Nel tempo, pur non curando più quel giardino, ho continuato a camminare lungo quel margine spezzato.

Il giardino non riguarda soltanto ciò che vediamo.
Prendo un concetto dall’ecologia: la dark diversity, l’insieme delle specie che potrebbero vivere in un luogo, date le condizioni, e non ci vivono. È uno strumento di misura: indica quanto di un disegno non si è realizzato.
Io lo uso qui fuori registro, come si usa una lente presa a prestito.

La dark diversity ha però un limite preciso: misura le specie che mancano in un luogo che resta. Non misura il luogo che viene tolto intero.
Kanafani, ne La terra delle arance amare, ha lasciato l’arancio dall’altra parte del confine e se lo è portato via come si porta via un morto.


Citrus aurantium. Arancio amaro: arrivò qui dagli arabi, fu portainnesto dei nostri agrumi dolci, sta nei chiostri da secoli. Il frutto non si mangia crudo.
Il cortile di Nussbaum ha retto. L’aranceto no.
Mi fermo qui.

Nel parterre di bosso di Villa Bolognini-Salina, la corona ancora non si chiude.

Parterre di Villa Bolognini-Salina

Il bosso che manca è un bosso preciso, non un’ombra d’anima, è un Buxus sempervirens. Sono contento che ad oggi nessuno l’abbia completato.

Mi piace immaginare che il margine ci abbia tenuto. Non ci abbia chiesto di essere interi, di essere guariti.
Tenere un margine è un mestiere che non si finisce di imparare.

Non so dire se sia un buon segno, annusare l’aria di un dipinto. So che il cortile della rue Archimède è ancora lì, a Bruxelles, e che qualcuno ci cammina dentro oggi, con altre sedie, forse senza sapere. Il parterre di Villa Bolognini-Salina è ancora lì, e la corona non si chiude. Ho smesso di decidere se sia una mancanza.
Mi è rimasto solo il mestiere: reggere il metro, tener ferma la matita, farsi guardare dove il disegno si interrompe. Il resto non è accanto a noi. Il resto non si cura di noi, e forse è questa la sola risposta che la domanda merita.

Che cosa cerco qui? Bosso, terra, un margine aperto. Un seme d’arancio in tasca, nel caso il giardino non ci sia più.
Niente di più ordinario. Niente che basti.

“Untitled (Glasses)” di Ralph Gibson

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