La montagna di Nan

Shepherd N., La montagna vivente, Ponte alle Grazie, Milano, 2018

Definire La montagna vivente è estremamente difficile. Una poesia celebrativa in prosa? Una ricerca geografico-poetica? Un peana dedicato a un luogo? Un’indagine filosofica sulla natura della conoscenza? Un miscuglio metafisico di presbiterianismo e Tao? Nessuna di tali definizioni lo descrive nella sua interezza, sebbene il libro sia, in parte, tutte queste cose. Shepherd, l’autrice lo definisce un traffico d’amore.

Prendo questa descrizione dalla prefazione di Robert Macfarlane per presentare questo meraviglioso lavoro di Nan Shepherd scritto durante la seconda guerra mondiale e celato in un cassetto fino alla sua prima pubblicazione in Inghilterra nel 1977. Oggi, La montagna vivente è riconosciuto come un classico della miglior Nature Writing, più volte ristampato e tradotto in diverse lingue. In Italia è proposto dal 2018 da Ponte alle Grazie nella collana Passi.

Una scrittura di natura che è traffico d’amore… Che natura esattamente? Nan ci accompagna in un luogo specifico, un complesso montuoso, le Cairngorm Mountains, nel nord-est della Scozia: un altopiano con molte vette e valli ad altezze che si aggirano tra i 1.000 e i 1300 metri (il Ben Nevis, la punta più alta quota 1345 metri). La gran parte di quest’area è ricoperta da brughiere, interrotte da creste e dirupi e lochs, bacini d’acqua oggi di gran moda grazie al loro arruolamento nell’immaginario cinematografico (Highlander, Harry Potter). Alla descrizione del posto sono affidati i primi tre capitoli: L’altopiano, i recessi, il gruppo.

Copyright: © Martin Thomas Photography / Alamy

Se fosse una sceneggiatura, e così, in prima battuta, mi sono trovato a leggerla, abbiamo un io narrante che ci descrive un soggetto protagonista, le Cairngorm Mountains, nei suoi tratti più evidenti: un grande corpo centrale, l’altopiano, e poi i suoi contorni, in particolare le vette. Di seguito l’attenzione passa ai luoghi d’ombra, come le acque nascoste, le forre, i recessi. La scrittura ha una focale da grandangolo, ma è capace di improvvisi cambi come quando ci invita ad abbassare la testa, a piegare le gambe, a vedere il mondo di sguincio, capovolto. Ecco che

…dai rametti d’erica più vicini ai più lontani corrugamenti del terreno, ogni dettaglio si erge in tutta la sua legittimità.

Frame from “How The Earth Must See Itself” by Lucy Cash and Simone Kenyon.

Nel secondo blocco la Shepherd descrive gli elementi che avvolgono la montagna: acqua, gelo e neve, aria e luce. Lo sguardo corre tra i rivoli delle sorgenti di sommità fino alle masse imponenti dei laghi e del grande fiume Dee. L’acqua si trasforma in neve, in ghiaccio. Tutto è narrato attraverso la percezione visiva ma non solo; c’è un corpo che sente, tatto, olfatto, udito, palato. La volatilità scende a terra e si concede ad un passo lento. Il corpo umano attraverso i suoi sensi, la sua fisicità, conosce il mondo; il resoconto dei due ragazzi sorpresi da una tempesta di neve sulla cima del Coir Cas dalla quale non torneranno indietro è l’immagine più vivida, la cifra di una voce narrante che abbandona i panni dell’angelo e svela la sua natura di carne fragile in cammino su questa terra.

Nel racconto dell’aria, l’elemento fisico più sfuggente, Nan dilata i confini della montagna e sfuma, attraverso gli occhi, i tratti rigidi della pietra e della terra. Complice é la luce, la grande ammaliatrice. Vorrei trovare pagine come queste anche nella nostra Garden Writing ma non saprei indicarle (forse Russell Page…). Per arrivare a narrazioni simili mi è più facile andare nella grande letteratura oppure sconfinare nella pittura.

Ciò che mi conquista nella prosa della Shepherd è la capacità calendoscopica di osservare, di annotare passando, in un montaggio serrato, dal grande al piccolo, dal materico allo spirituale.

“The air is part of the mountain, which does not come to an end with its rock and its soil. It has its own air; and it is to the quality of its air that is due the endless diversity of its colourings. Brown for the most part in themselves, as soon as we see them clothed in air the hills become blue. Every shade of blue, from opalescent milky-white to indigo, is there. They are most opulently blue when rain is in the air. Then the gullies are violet. Gentian and delphinium hues, with fire in them, lurk in the folds.”

Nella traduzione di Carlo Capararo:

L’aria è parte della montagna che non termina con la roccia e la terra. La montagna possiede la propria aria, ed è alla qualità di quest’aria che si deve la sterminata quantità delle sue variazioni. I pendii, di per sé per lo più marroni, si fanno azzurri non appena li vediamo rivestiti d’aria. Assumono ogni tonalità d’azzurro, dal bianco latte opalescente all’indaco. Il loro azzurro si fa più opulento quando la pioggia è nell’aria. Allora le gole sono viola. Le tinte della genziana o della speronella, abitate dal fuoco, si annidano negli avvallamenti.

Frame from “How The Earth Must See Itself” by Lucy Cash and Simone Kenyon.

Nell’unica biografia oggi disponibile sulla Shepherd leggiamo della sua passione per il giardinaggio, in particolare per alcuni fiori: delphiniums, crocuses and her geranium-filled conservatory, ma la sua biografa, Charlotte Peacock, liquida questo aspetto della vita di Nan con una perentoria affermazione: …but more than any garden, she loved her mountains. Eppure leggendo i capitoli dedicati alla vita: le piante, gli animali, gli uccelli, gli insetti, l’uomo, direi che il traffico d’amore, filo portante di tutta la prosa della Shepherd, non è affare confinato a questa montagna, il particolare indica sempre il tutto.

Frame from “How The Earth Must See Itself” by Lucy Cash and Simone Kenyon.

Nella sezione dedicata all’uomo, paesaggio tra i paesaggi, la Shepherd, distingue tra l’umanità che vive in montagna e quella che la frequenta per passione, per diletto. Di quest’ultima categoria scrive:

… trovo che la tribù parlante desideri ricevere dalla montagna delle sensazioni. Non stupisce che i novizi facciano lo stesso (anch’io lo desideravo). Vogliono la veduta eccezionale, il picco terrificante, sorsi di birra e di tè invece che di latte. Eppure la montagna mi si concede in maniera più completa quando non ho una destinazione, quando non raggiungo alcun luogo particolare, ma sono uscita semplicemente per stare con lei come quando si fa una visita a un amico, senza altra intenzione che stare con lui.

Frame from “How The Earth Must See Itself” by Lucy Cash and Simone Kenyon.

Arrivati all’ultimo blocco di osservazioni Nan si concentra sull’esperienza umana. I capitoli sono: Sonno, I sensi, Essere. Trovo perfetta sintonia con Macfarlane nel accostare questa scrittura al pensiero filosofico di Merleau-Ponty, in particolare al primato della percezione come via alternativa al cartesiano dualismo idealismo/materialismo. E’ un punto di riferimento per tutto quel mondo laico che si approccia al mistero della natura senza consegnarsi al misticismo e allo stesso tempo cercando di tendere il più possibile il cordone ombelicale dell’osservazione scientifica. Così scrive la Shepherd

‘The purported objectivity of science is shown to be less than the subjective, embodied involvement – every reality that matters to human beings, is a reality of the mind. Through living in it, the landscape becomes part of us, just as we are part of it.’

Concludo citando un passaggio dritto al cuore della nostra sensibilità giardiniera:

Guardo dei fiori bianchi sparsi sull’erba socchiudendo gli occhi, ed ecco che emergono luminosi dallo sfondo, perfettamente nitidi, come se si fossero realmente sollevati sopra di esso. Tali illusioni, che dipendono dal modo in cui l’occhio è posizionato e utilizzato, ci fanno capire che in realtà la nostra visione abituale delle cose non è necessariamente giusta, che è solo una di un numero infinito di visioni, e che scorgerne una sconosciuta, anche per un istante, ci altera, ma poi ci consolida di nuovo.

Difficile dubitare: questo libro è un meraviglioso traffico d’amore.

Ringrazio Emanuela per avermi fatto conoscere Nan.

Tra il materiale trovato in rete sulla figura della Shepherd vi invito a vedere questa puntata BBC Scotland TV condotta da Robert Macfarlane per la serie Secret Knowledge.

Infine questo magnifico lavoro di Lucy Cash e Simone Kenyon “How The Earth Must See Itself“, un cortometraggio prodotto dalla National Theatre of Scotland and Scottish Sculpture Workshop e ispirato a Nan Shepherd.

Comments
One Response to “La montagna di Nan”
  1. Emanuela ha detto:

    i grandi tesori non si tengono per sé

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