Il giardino di Tonino: un racconto

E’ passato poco tempo (due settimane) da quando se n’è andato mio zio Tonino, contadino quasi ottantenne, attivo fino all’ultimo dei suoi giorni…

A Tonino io devo la passione per la terra e la coltivazione: da cìnno (bimbo) alla domenica, quando la mia famiglia si spostava dalla città in campagna, lui mi aspettava e mi prendeva con sé per un girten (giretto) in campagna. Di Tonino ricordo tante cose: lo sguardo gentile, la mano ruvida e calda, le curiosità botaniche…Tonino nelle nostre passeggiate mi ha trasmesso tutto il suo amore per le piante, in particolare per gli ortaggi, un amore che io nel tempo ho “spostato” sulle ornamentali…

Mestamente vorrei omaggiarlo dedicandogli questo scatto e il racconto di fantasia che segue.

Il giardino di Tonino, un racconto

“L’é malè coi fiur” così dicono in paese di Tonino professione giardiniere.
A Pieve di Cento, paese della bassa padana, stretto tra disordinati insediamenti industriali e ville in costruzione, la gente dei bar pensa che il giardiniere è un lavoro come tanti, da farsi nelle case dei ricchi, assecondando i loro capricci. A Pieve di Cento si vive di una magra agricoltura, oggi sempre più in difficoltà, e del lavoro offerto da qualche fabbrica e da alcuni insediamenti artigianali. Si respira una umanità concreta, un poco scettica, e stordita: tutto le cambia attorno, velocemente… Settanta anni fa vivevano per la coltivazione della canapa, una vita dura, molto dura, chi è rimasto se la ricorda e te la racconta, sempre… Poi il boom economico ha portato le prime fabbriche, i contadini hanno piantato ortaggi e frutta, si sono emancipati, hanno fatto pure i soldi che nessuno si immaginava, i contadini a Pieve di Cento, con i soldi… Ora, per loro, tutto è finito e alcuni, non volendo tornare poveri o arruolarsi come operai nei capannoni, sono diventati giardinieri, di ville e villette, promossi sul campo dai portafogli dei ricchi, sempre più ricchi, per i loro capannoni e per altro. Tonino è un pievese, un tempo contadino ora giardiniere; parla poco, nella vita aveva coltivato con successo fragole e famiglia, la famiglia se l’era portata via il disastro ferroviario di Crevalcore, quello finito sui giornali, con tanti morti e il comitato civico di protesta, le fragole invece negli ultimi anni non se le portava via nessuno, preferite a quelle spagnole, belle ed economiche. Così a Tonino proposero dei lavoretti da giardiniere: li accettò come si accetta in campagna la grandine o il sole, poi gli prese una smania, e oltre ai giardini degli altri si mise a coltivare uno spazio suo, a ridosso dell’argine del fiume Reno, in una terra del locale consorzio di bonifica, dove nessuno farebbe mai qualcosa, men che meno un giardino.

Il giardiniere Tonino lo vedemmo, nella canicola estiva, dalla sommità dell’argine, un puntino in movimento intento a scerbare una distesa di arbusti di Cornus alba “aureomarginata”, freschi, luccicanti nel bel fogliame giallo limone. I Cornus erano interrotti al centro da tre abbondanti ciuffi di Miscanthus sinensis “Zebrinus”, una graminacea dall’aspetto composto e rustico, con culmi a ventaglio alti più di un metro e sottili foglie verdi, attraversate da strisce gialle orizzontali, con fioriture a pannocchia, lasse. Queste piante erano distanziate dalla massa dei Cornus da alcuni metri quadri di ghiaia spaccata sulla quale trovavano alloggio isolate rocce, dalle dimensioni importanti.
Tutta l’area, un rettangolo di un centinaio di metri sul lato maggiore, adiacente all’argine, e poco meno della metà su quello minore, portava, a partire dagli estremi del lato lungo, di fronte a noi, due camminamenti diagonali, non simmetrici, senza sfogo al lato opposto.
Nella ghiaia, sparse come piccoli semi da un vento improvviso e ribelle, apparivano qua e là, delle erbacee cespitose, delle Rudbechia fulgida “Goldsturm”, dai gialli capolini, vispi e allegri nell’afa estiva.
Tonino di certo ama il giallo… giallo colore mistico… Tentammo un cenno di saluto, ci rispose, ci facemmo coraggio e ci avvicinammo sulla soglia dei Cornus.
Tonino, parallelamente all’argine, nel lato opposto, aveva delimitato lo spazio con una lunga progressione in forma libera di meli da fiore nella varietà “Red sentinel”, arricchite, in ordine sparso, da esemplari di Rosa sericea “Pterachanta”.
Nell’estate, i meli portavano il loro frutto ancora acerbo; la varietà “Red sentinel” ha la caratteristica di indossarlo per tutto l’autunno, e l’inverno pure, dove sembra una ciliegia fuori stagione, molto appetita dai merli, i più lesti ad apprezzare nel grigiore della stagione fredda l’invito a festa di quella moltitudine rossa. Nella siepe le piccole mele non erano le uniche protagoniste: si scorgevano tra le foglie, pennellate di rosso fiamma; apparteneva alle giovani spine della Rosa sericea “Pterachanta”.
Tonino ci invitò a curiosare: tra la quinta dei meli e le massa flessuosa di Cornus intravedemmo uno spazio di un qualche metro apparentemente vuoto, la posizione delle piante lo proteggeva dallo sguardo.
Solo scendendo ed entrando lungo i camminamenti ciechi ci si accorgeva che questa area non era di semplice servizio tra un elemento e l’altro: stese al suolo in una geometria a richiamare i binari ferroviari vi erano vecchie traverse (resti del cantiere del grande argine). Lo spazio tra una traversa e l’altra era di un metro circa e la sequenza si intuiva distendersi per tutta la lunghezza. All’interno, in ogni luce, come i grani di un rosario, vi erano coltivate minute e meravigliose erbacee perenni, impossibile descriverle tutte.

D’improvviso intuimmo qualcosa di quell’uomo: quelle erbacee nascoste alla vista del passante frettoloso, erano vocaboli segreti, per un’iscrizione che solo dal cielo, compiutamente si sarebbe letta…
Salutammo e ringraziammo silenziosamente Tonino, come si conviene tra giardinieri, lo ringraziammo per il suo esserci, per il sole e la calura vaporosa di quel giorno e infine per la bellezza delle sue piante,volute, amate, e così sbocciate.

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