Il posto segreto

Riflettevo, ammirando un bellissimo faggio pendulo, cavernoso ma lieto, che sarebbe stato un bellissimo rifugio, se fossi stata una bambina. Un posto dove starmene un po’ sola, una “casetta”. Il luogo per un tempo di noia creativa, un tempo di libertà tra lo stare e il riemergere con nuova energia.

Qualcuno ci pensa oggi, nella progettazione dei giardini, o la paura delle siringhe, dello sporco, delle bestioline, ha privato l’infanzia di oggi anche di questo piccolo fremito?

Sono passata davanti a una scuola materna. Il cortile, sotto ai soliti giochi di plastica, era interamente ricoperto di truciolato di gomma espansa. Perché in caso di cadute, i bambini non si sbuccino neppure un po’. Chissà se non si divertirebbero di più, facendo tana dentro il faggio.

I committenti e i progettisti di giardini, le aiuole, i cortili, a chi pensano quando fanno giardini? A una umanità uniformata sui quaranta, in corsa tra lavoro e aperitivo? A bambini di gesso, che diano meno fastidio possibile finché si può, per trasformarsi poi in distruttori dei beni comuni che non hanno imparato ad amare?

Stanno facendo lavori in una scuola. I genitori vogliono che sia organizzato uno scuolabus per il trasporto a un’altra scuola, a un km di distanza. Viene proposto il piedibus e cioè un punto di raccolta da cui partire a piedi, accompagnati da diversi adulti: si deve giusto attraversare un giardino. Rivolta: il mio bambino si stanca. Il mio bambino non è uno sherpa. Non è bello attraversare il giardino la mattina…

Chiusi nello scuolabus, i bambini non hanno neppure modo di immaginare i tanti giochi che potrebbero fare in una caverna di faggio…

Comments
9 Responses to “Il posto segreto”
  1. Cecilia ha detto:

    Ciao Emanu, benvenuta!!
    la tua riflessione ha la freschezza di un tuffo nel laghetto, e mi evoca allegre risate e un groppo in gola.
    E’ davvero come dici, anche nella mia esperienza ci sono tanti genitori la cui prima preoccupazione è che il cucciolo non sudi e non si ammali.
    Con rispetto e con costanza continuiamo a seminare altri pensieri, a spargere in giro altri desideri e diversi valori. Il buon lievito nel tempo da’ i suoi frutti…

  2. Kong(Zhong) ha detto:

    Ecco finalmente un post che mi fa fremere.
    Concordo! Concordo! Concordo!
    Però…
    Però c’è il fatto che la pratica vale come la grammatica e quando si è coppia di 40-enni con due figli, le certezze, i ricordi, il “come si stava bene nel posto segreto”, si materializzano contro il muro degli anni 2010.

    Nel tempo della famiglia ristretta, del dovere lavorare per forza tutti e due perché sanità e scuola pubblica sono a pezzi, e del dovere pensare addirittura alla pensione integrativa, come fai a non preoccuparti se un figlio suda e si ammala? Chi te lo tiene poi?
    E se si arrampica, corre o lotta furiosamente con gli amici, anche se con il tuo cinismo granitico pensi: “anche io mi sono rotto il braccio cadendo dal ciliegio, poi però si è aggiustato…”, ti rimane sempre il problema del dopo – quando è rotto – chi lo tiene?

    I nonni sono in vacanza e fanno i giovani, oppure tengono i figli di tua sorella che è separata e ha più bisogno di te. Intendiamoci, ne sono pienamente legittimati, ma è singolare vedere quanto una generazione si è immedesimata nella famosa riflessione dei loro coetanei Ponzoni-Pozzetto.
    D’altra parte chi potrebbe cantare la “vita le bela” se non uno che ha fatto l’università nel 68, ha lasciato i figli (almeno per i 3 mesi estivi) ai genitori, è andato in pensione dopo 19 faticosissimi anni di lavoro o – comunque – ha generato un debito pubblico stratosferico che gli ha garantito fondi per servizi sociali di prim’ordine.

    Niente nonni? c’è la baby-sitter! Peccato che ti si azzeri uno stipendio dei due necessari a vivere.

    L’ho già ribadito con altre parole in un post precedente. Credo che la riflessione sui tempi vada anteposta ad ogni ragionamento sul come eravamo in contrapposizione a come siamo.
    Pur non difendendo (e nemmeno professando credetemi) gli schemi del genitore apprensivo, vorrei che si pensasse che il problema non sono i 40-enni “in corsa tra lavoro e aperitivo”, ma il sistema in cui vivono e allevano i figli. Lo hanno generato loro? Non credo, ma è vero che loro lo potrebbero cambiare.
    Cemento, spazi stretti, isteria, egocentrismo e ansia da debito pubblico galoppante, tutto questo tende a fare coincidere la selvatichezza con la libertà di fare quello che 30 anni fa non solo era permesso ma era naturale fare. Che so, potere sudare correre arrampicarmi io stesso, senza pensare che una mia malattia costringerebbe a casa tutta la famiglia perché Brunetta mi impedisce di portarli e/o di prenderli da scuola.

    P.S.
    Da quando l’ho vissuta la racconto sempre perchè paradigmatica.
    Giulio (6 anni), selvatico quanto basta, dice a sua madre (malata) una mattina uscendo di casa per andare a scuola:
    “Vieni tu a prendermi mamma?”
    “No, non posso uscire di casa.”
    “Perchè non puoi uscire?”
    “Perchè il mio capo non vuole.”
    “Chi è il tuo capo?”
    “Brunetta.”
    “Allora”, fa Giulio….
    “mi viene a prendere lui?”

  3. silvio ha detto:

    Piccolo aneddoto personale: cantiere pubblico, lavori di movimentazione del terreno quindi pericolosi. Regolare bandinella bianca e rossa per delimitare il cantiere. Mi telefonano che la delimitazione è rotta. Ritorno in cantiere e dopo aver visto diversi bambini che rompono la bandinella e ci giocano scopro che proprio una delle mamme di questi, presente con loro, ha telefonato lamentandosi della pericolosità del cantiere. Tante volte invece di dare un occhiata maggiore hai propri figli si pretende un ambiente asettico o peggio si scaricano responsabilità per dei problemi che normalmente non avrebbero neanche l’onore di essere tali.

    Mondo complicato!

    Silvio

  4. Emanuela ha detto:

    No, mi sembra che non si possa, non si debba ritornare indietro ai bei tempi passati, se non con la comprensione del significato che hanno certe esperienze in un certo periodo della vita. O capitano lì o non saranno mai più quelle. Evito di parlare della società e delle nostre responsabilità o fatiche, in quanto parte della società. Urge trovare delle vie, però. Per ridare senso e spazio alle esperienze formative. L’affetto chiede il tempo di “stare con”. Diversamente, si trasforma in zapping. La mamma che segnala il cantiere pericoloso, permettendo ai figli di rompere le bandelle, non sta accompagnando una esperienza formativa. Ha solo trovato più comodo e meno problematico usare il telefonino, piuttosto che usare la parola con i figli per spiegare perché quella bandella è importante. Le braccia rotte sono un rischio… il rischio che Brunetta ti venga a prendere a scuola (AAAAAGGGGGHHHH!) ma non sono necessarie, per fortuna. la scelta di un piccolo tempo libero, ci sarà prima o poi. Si sceglie di passarlo in autostrada o di passarlo imparando col gioco a “leggere” anche la Terra su cui viviamo ?

  5. Paolo ha detto:

    Emanuela a proposito di scuolabus e di chiusure e faggi miraggi e autostrade confesso che penso un poco nero. Nero se osservo questa strana solitudine dei nostri bambini from quartieri bene. Bambini inchiodati ai nostri sogni/incubi di adulti, soli con i loro sempre nuovi giocattoli solitari (indelebile l’immagine di una recente gita e di uno scuolabus carico di un’infanzia ammutolita, persa nelle loro playstation con il maggior fremito verso il compagno legato alla nuova istruzione, al comando tecnologico non compreso).

    Questi bambini soli, mai fisicamente, vivono una ridda di impegni e programmi senza vuoti e distanze, senza prati fioriti in cui incespicare in una fioritura come in un serpentello. E’ un mondo di prati rasati quello che gli abbiamo costruito, prati senza fremiti, appesantiti dall’ansia recente dell’insostenibilità economica (eh si i giardini sicuri costano, costano follie!)

    In questo quadro ha senso l’offerta (la progettazione) di luoghi segreti? Non è troppo spaventosa, silenziosa e assordante l’assenza di riferimenti, mappe, condivisioni che rende l’esplorazione possibile?

    Noi con un’altra infanzia alle spalle, sappiamo delle nostre scoperte e conserviamo le nostre conquiste gioiose come preziose bussole. Dalla condivisione e dal ritornare insieme vedo la strada possibile 🙂

    il gioco di scovare scampoli

    di verde scampati al degrado

    lacerti di vecchie siepi, asilo

    favorito delle erbe selvatiche

    e appena messo piede come a una terra

    promessa, una nuova america

    godermi l’approdo tenendolo

    poi nascosto a chicchessia,

    Luciana Moretto, Variabili di Paesaggio, LietoColle, 2009.

  6. Emanuela ha detto:

    Proprio a questo mi riferivo, parlando dei quarantenni in carriera e aperitivo. Non di come sono i quarantenni ma di come quotidianamente siano obbligati a indossare questa divisa da Truman show che i media e le modalità di vita ti cuciono addosso. E come per stanchezza e fatica o per inconsapevolezza ci si adattino, visto che forse già loro, essendo nati in un’epoca di espansione economica e di media imperanti, non conoscano alternative.
    Siamo noi adulti che dobbiamo rimettere i piedi nell’erba, cercare il ramo saldo e la grotta, scegliere la bacca… (e se abbiamo bambini non passiamo neppure per matti, che vantaggio!).
    Siamo noi adulti che dobbiamo dire no ai vortici. Ogni epoca ha avuto la sua rivoluzione. Forse questa è l’epoca nella quale dobbiamo avere il coraggio di fare una rivoluzione per il nostro diritto ad essere organismi viventi in un organismo vivente.

  7. Kong(Zhong) ha detto:

    Rivoluzione?
    No, le rivoluzioni tendono al futuro qui si dovrebbe parlare di restaurazione!
    A parte la prospettiva, concordo e ringrazio Emanuela. Penso che ci vorrebbe davvero un Concilio di Vienna per tornare a potere essere: “organismi viventi in un organismo vivente”, come eravamo prima …

    (…dell’arrivo di Napoleone NdR).

  8. Emanuela ha detto:

    Bisogna perdere il paradiso terrestre, per prendere coscienza di averlo perso e desiderare di rientrarci!
    E poi dopo tutto, fu Napoleone che fece misurare i meridiani, per fregare gli inglesi in mare… Fu lui che ci fece capire che la Terra è piccola e che si consuma in fretta!

  9. Anna ha detto:

    Io invece vorrei parlare delle more, perché nella mia infanzia più profonda andavo a fare le vacanze coi miei nonni in una casetta costruita sulle rocce in riva al lago, in origine abitazione di un eremita – un posto assolutamente diverso da ogni altro dove ci si addormentava col rumore del lago contro gli scogli e la sera si chiudevano le finestre con delle tavole di legno massiccio e pesanti barre di ferro.
    Lì si faceva tutto in barca, una grande barca di legno, la spesa, tutto.
    All’epoca delle more si prendeva la barca e si costeggiavano le rive rocciose del lago, dove pendevano una gran quantità di rovi con more grosse come ciliege e a me dava molta soddisfazione dare un contributo alla raccolta.
    Si passava dalle rocce dette Quattro fette di polenta, da cui mio zio si tuffava di testa sotto il mio sguardo ammirato, e poi subito dopo dal Dito del Diavolo, una roccia alta. stretta e paurosa da cui si diceva che si fossero suicidate molte persone. Di more si riempiva un secchio, mi pare, erano moltissime. Poi a casa la nonna faceva la marmellata, una quantità di vasi e vasetti, e si mangiava la mattina a colazione. Per me la marmellata di more è la più buona di tutte. Ma mi sto chiedendo adesso dove sono quei rovi.

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