L’ombra del giardino: Ryōanji

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Articolo di studio

Oggi ho un pò di tempo e voglio rispolverare un argomento che mi ha appassionato negli anni di studi: voglio parlarvi del giardino di Ryōanji a Kyoto in Giappone. Se non lo conoscete, prima di leggere questo post, vi invito a visitare la bellissima galleria fotografica di Frantisek Staud.

Frantisek Staud

Si è di fronte ad un lavoro per molti versi difficile da analizzare: ad una prima osservazione è dubbia la stessa definizione di giardino in quanto gli elementi principali presenti, la pietra e la sabbia, non sono sufficienti a definirlo tale. È in assoluto il piano simbolico che lega l’ambiente di Ryōanji alla parola giardino. Ryōanji, con le sue composizioni essenziali, con le sue asimmetrie eleganti, si rifà alla tradizione del giardino taoista: c’è l’idea dell’armonia, della perfezione cosmica del mondo-giardino sintetizzata e resa nell’uso scenografico di un unico elemento materico, la roccia, in forma di pietra e sabbia. Si tratta di uno spazio rettangolare di 240 metri circa chiuso a sud ed ovest da un muro di terra coronato da tegole in cotto, ad est da un muro ricoperto di calce bianca e a nord da una veranda di legno che costeggia l’edificio; nei confini di questo spazio si ha una distesa di sabbia bianca con quindici pietre comuni, grigiastre, di taglia diversa, distribuite in cinque gruppi. Sul piano una lievissima nota di verde è data da accenni di muschio ai piedi di alcune pietre. Alzando la vista è possibile scorgere una fitta vegetazione arborea che avvolge la costruzione. Gli elementi formano un disegno molto stilizzato e di assoluta proporzione. Il richiamo simbolico ad una dimensione armonica, di integrazione, è forte, eppure non è solo a questo livello che questo spazio si concede. Ryōanji è innanzitutto un richiamo alla meditazione e, nello specifico, alla meditazione Zen:

“…la coscienza non deve essere rivolta a nessun oggetto né mirare al raggiungimento di uno scopo. (…) Zen è penetrazione intuitiva della realtà ultima attraverso la sua negazione, è il metodo pratico per giungere alla condizione di samādhi, all’unità armoniosa con il tutto; è uno stato di pace ed equilibrio assoluti. Uno dei tipici esercizi Zen è il Kōan, una pratica che risale al periodo cinese Tang (VIII-IX secolo). Nello Zen giapponese si tratta di una tecnica finalizzata alla concentrazione mediante l’uso di aneddoti paradossali che, contraddicendo e vanificando tutte le categorie intellettuali abituali e la logica comune, creano uno stato di vuoto mentale.” Bellinger,G.J., 1986, Enciclopedia delle religioni, Milano, Garzanti, 1989, p.122-123

Lo spazio di Ryōanji è il risultato di un esercizio di spoliazione delle categorie del mondo nelle sue forme più nobili, del giardino appunto. Una spoliazione portata fino al limite della materia ultima in termini di permanenza, la roccia: come esseri umani si percepiscono le pietre come oggetti duri, immobili, persistenti al massimo grado e una sensazione analoga si prova per la sabbia. Tuttavia un simbolismo più sottile porta a rintracciare proprio nella sabbia il segno della non permanenza della roccia; la sabbia nasce infatti dal processo secolare di erosione, di disgregazione della roccia stessa. Ecco dunque che permanenza e non permanenza, vuoto e pieno coesistono in rapporto di rimando, di evocazione reciproca.

Il monaco Zen costruisce il suo esercizio spirituale, la sua ricerca di vuoto mentale, allestendo uno scenario di soglia ove sembra indicare il punto ultimo oltre il quale si compie l’assenza, il vuoto appunto: se a Ryōanji si togliesse anche la roccia e la sua disgregazione si varcherebbe l’ingresso.

Il giardino così è un simbolo del disvelamento, la sua spoliazione svela la trama, lo scheletro minimale e indica l’altrove, l’oltre. Ryōanji è una testimonianza alta del pensiero giapponese che non ha, in termini di giardino, paragoni nella cultura occidentale. Le considerazioni testé proposte non appartengono propriamente alla letteratura critica sul giardino secco di Ryōanji: in realtà non esiste nessuna lettura accreditata e universalmente riconosciuta, Ryōanji rimane con il suo mistero a dirci con le parole di François Berthier:

“Io sono soltanto blocchi di pietra su grani di sabbia. Sono soltanto pesantezza e silenzio, inerzia e densità. Nessuno saprà mai il mio segreto, nemmeno se ne custodisco uno. Soltanto il grido stridente della cicala che succhiella il cuore dell’estate mi può penetrare. Accontentati di gustare la bellezza grezza della mia sostanza opaca; guardami senza proferir parola e non chiedermi nulla; taci e tenta, attraverso il mio corpo ermetico, di trovar te stesso.”

Per oggi è tutto: un saluto grande 🙂

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Comments
One Response to “L’ombra del giardino: Ryōanji”
  1. Laura D'Amelio ha detto:

    Questo è ciò di cui oggi avevo bisogno. Silenzio in mezzo a tanta confusione e a tante parole. Questo è il senso profondo del giardino. aiutarci a percepire la nostra anima ed arrivare a possederla interamente.

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