Josef

Boschi di Fiè, Bolzano, 11 dicembre 2010.


E’ un puntino marrone che esce improvviso dal cupo degli abeti e muove a zig zag verso di noi, di me. Si avvicina, al suo fianco un cucciolo di cane che gli muove intorno come una pallina legata a filo. Sono veloci sul prato innevato, attenti alle traiettorie improvvise dei miei figli sugli slittini. Eccoli a un passo, lo sguardo dell’uomo è concentrato sulla macchina fotografica che ho appoggiato sulla panca: la lente luccica al sole.

“Cos’é? Video? Film?”

“No no” – rispondo io – “Macchina fotografica… Fotografia, solo fotografia.”

“Oh.. Piacere. Io Josef.”

Josef, piccolo, minuto, movimenti sbilenchi e non potrebbe essere altrimenti con quelle gambe ad arco incompiuto. Josef chiarisce subito: è nato prematuro, ecco cosa è successo e anche alla scuola ci è andato dopo,  troppo piccolo, troppo gracile.

Josef ha settant’anni e una gran voglia di parlare, cosa rara qui, tra queste genti. Chiedo le sue origini, ma non risponde, forse non capisce… Il suo italiano zoppica anche se alcune parole hanno suoni famigliari; racconta che i suoi genitori abitavano a Bolzano, quando la madre, perso il marito, decise di affidare lui e la sorellina a una famiglia contadina di lassù.

Penso. Cosa poteva essere, nel primo dopoguerra, per bambini di 3/5 anni, lasciare la propria famiglia per un’altra?  Con quali occhi, un bambino di città, allora, poteva scoprire per la prima volta la campagna, la montagna?

Immagino fatiche, paure, brutti sogni, ma anche occasioni, libertà improvvise nel verde dei prati, dei boschi. Chiedo i suoi ricordi: è un fiume in piena, descrizioni di giochi, lavori, punizioni, fughe, amori, bisticci e sempre tutto lì, tra alberi, pietre, ruscelli… Bello, ma i miei figli rumoreggiano, vogliono tornare a casa, insieme a Josef sorridiamo, banalmente concordiamo che non ci sono più bambini nei boschi, come nelle campagne, nei cortili. Un muro sembra separarli dalla natura, un muro di oggetti  e virtualità, un muro di relazioni che conducono ad altro, irrimediabilmente altro.

Ancora ascolto Josef, ma ora i pargoli insorgono, sono davvero stanchi di tutta questa neve e lo slittino è faticoso da riportare in cima.

“Papà a Castelrotto ci sono gli impianti di risalita. Perchè domani non andiamo lì?”

Impianti di risalita? Anatema! Precipito. Penso a quanto ci siamo appena detti; poi sussulto, mi chiedo quanto i nostri sguardi siano viziati dal tempo, dai ricordi che imbellettano, da pregiudizi che trasformano il passato in ex voto.

Il tema dell’esperienza della natura e come ad essa le nuove generazioni si approccino è una faccenda difficile da inquadrare per noi adulti, molte sono le zone d’ombra, molti i dubbi, le nostalgie, il pericoloso tempo andato che migliora di ricordo in ricordo, fotografia dopo fotografia. Non sono a rinnegare scelte e percorsi, sono a rendere conto di una difficoltà: è difficile e sempre tutta da inventare la via che ci porta insieme, generazioni così diverse, all’esperienza della natura.  Non solo noi diversi, la natura stessa lo è. E’ una complessità che mi sconcerta e a tratti mi deprime. Anche se sono sicuro del sole, del sorriso dei nostri volti.

Josef estrae dalla sacca una nuova fiammante camera digitale: mi chiede di riprendere qualche scena di lui col cucciolo sulla neve.

“Hai preso anche la montagna?”

“Si l’ho presa. Buona fortuna Josef.”


Comments
5 Responses to “Josef”
  1. Kong(Zhong) ha detto:

    Mi dispiace deluderti caro Paolo
    Qui su Giove è noto che Josef semplicemente non esiste.
    E’ un miraggio, un elfo uscito dal bosco.
    VI è ampia letteratura sul fatto che non esistono montanari sud tirolesi in grado di partecipare autonomamante – se non costretti – a una conversazione in italiano più lunga di due minuti e 45 secondi.
    Se escludiamo dal campo di osservazione le conversazioni contenenti insulti razziali, la conversazione più lunga di cui si ha notizia certa è stata registrata nel 2005 a Castelrotto: 4 battute l’italiano e 5 il locale, per una durata – comprese le pause – di 53 secondi.
    Riporto:
    – buonciorno
    – buongiorno a lei
    – perchè è parchecciato qui da più di tue minuti?
    – sto sistemando la spesa che ho fatto nel negozio di fronte.
    – e perchè spesa in sacchetto di coop?
    – perchè reciclo le buste di plastica.
    – questo parcheggio di necozio di fronte!
    – si adesso lo lascio libero
    – ah, pene pene

    Fattene una ragione
    Josef ed il suo cane sono allucinazioni.

    Buon Natale a tutti

  2. patrizia ha detto:

    bentrovati, dopo tanto vi leggo, ..josef, la neve, i bambini e …kongh/zhong. Meglio di leggere i giornali o altro qui al letto con il pc portatile ,fuori il bosco ed il sole ed io che ozio(vero regalo delle feste) dopo aver maratoncucinato. Bella la pigrizia, belli e divertenti i racconti degli altri …Josef dei boschi, kongh delle foreste .ciao e grazie per l’umorismo e la fantasia.
    pat

  3. aboutgarden ha detto:

    le tue parole e le tue immagini ci sono mancate! I tanti impegni, lo so, lo so, ma soffermarsi assieme su queste riflessioni. Per chi ha figli, per chi vorrebbe essere più vicino ai ritmi della natura, per tutti noi.
    A presto caro Paolo
    simonetta

  4. Il Fu Gatto Silvestre ha detto:

    Dov’è Silvio?

  5. gilda ha detto:

    Il tuo incontro con Josef ha risvegliato un’acuta nostalgia dell’Alto Adige, che amo molto e apprezzo perfino la parsimonia comunicativa degli abitanti. Specialmente dopo aver letto l’affascinante ricerca svolta negli anni 1972 – 73 (sì, lo so, è passata un’eternità ma le radici sono là) da Aldo Gorfer dal titolo “Gli eredi della solitudine. Viaggio nei masi di montagna del Tirolo del sud”, ripubblicata nel 2003 da Cierre edizioni. Lo raccomando vivamente a tutti quelli che vogliono capire oltre che vedere.

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