La Nuda

8 settembre 2012

Giornata fresca luminosa; arriviamo di buon ora al parcheggio di lago Cerretano dove le carte indicano la partenza del sentiero per Monte la Nuda, nostra destinazione. Il luogo è una delusione: una distesa di attività commerciali e alberghiere invadono l’ambiente e un sorriso amaro corre pensando all’atmosfera da buon alpeggio che avevamo apprezzato nelle cartoline di inizio secolo in bella mostra pochi chilometri prima, alla locanda del passo.

Preparati gli zaini con lo sguardo cerchiamo i sentieri: difficile trovarli, bosco ed edilizia si confondono, c’è un’aria mesta attorno, serrande e finestre chiuse. E’ bassa stagione ci diciamo, ma i punti d’intonaco non ripreso, i rivestimenti in legno inbruniti e rosi dal tempo, raccontano altro.

Reagiamo e dopo un paio di passi falsi ci incammininiamo veloci verso il sentiero che porta al vallone del Diavolo, da lì prenderemo il bivio verso la cima del Monte La Nuda e la parte alta della conca glaciale.

Passano pochi minuti e qualcosa si inceppa: sono io alle prese con un’emicrania improvvisa e c’è poco da fare, ingollare un triptano e sperare che faccia effetto. I miei figli lo sanno e con pudore festeggiano la scampata fatica. Torniamo ai bordi del lago, alla pena del mal di testa aggiungo la vista del cemento sulle sponde.
Per non perdere la giornata decidiamo di prendere la seggiovia che porta al rifugio La Piella poco sopra i 1600 metri. Salire in quota mi rinfranca. Sulla destra la grande falesia di macigno, un paio di scalatori ai suoi piedi valutano le vie. La vetta raggiunge i 1894 metri, ma da qui sembra molto semplice; saliamo seguendo il canalone sotto la parete, urge toglierci dalla vista le piste da sci.
In un attimo ci troviamo nell’incavo. Solo natura finalmente. Blocchi scomposti e difformi di rocce creano un ambiente mosso, perfetto per mirtilli e ginepri.

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Più avanti una quinta di massi erratici chiude il passo. Quale forza li ha mossi? Un terremoto? Lo sprofondare del ghiacciaio?

Poco importa: succulenti mirtilli si affacciano alla vista, in un lampo ci gettiamo nella brughiera, ma Federico sbotta: mirtilli schifosi! Siamo in una macchia di Vaccinum gautherioides, il falso mirtillo, spesso insipido, farinoso.

Ettore e Cecilia sono più fortunati, si trovano sulla specie giusta, il buon Vaccinum myrtillus. Attacco il mio sermone botanico ma mi spengo al volo occhieggiando i figli.

Solo riprendo lo zaino e mi arrampico sui massi verso la cima. Afferro un paio di foglioline di Hypericum richeri, le stropiccio e me le infilo nelle narici: adoro il loro aroma.

Superata la pietraia sono nella parte alta della conca, lungo il sentiero trovo bordure di epilobio in fiore. Una meraviglia:  metri quadri di rosa e argento ondeggiano nella luce calda del pomeriggio e contrastano, morbidi, con la durezza delle pietre e dei licheni. Oudolf Oudolf,  se fossi qui applaudiresti.

Entusiasta riprendo il cammino,  rimugino sui nomi, piella innanzitutto, piella ovvero abete bianco (la sera dal wiki apprenderò altri toponimi del luogo: Alpe delle Pielle o Nuda delle Pielle). Bene, a fidarsi dei nomi c’erano abeti bianchi e tanti qui sui versanti settentrionali. La nuda, mi viene in mente un’espressione da pastori: in t’la nudda…

Pastori, pascoli, immagino incendi per ottenerli, sono gli epilobi il mio indizio. Da sempre segnano il passaggio del fuoco: la potassa e il fosforo delle ceneri è la loro benzina. Mi fisso sul rosa, tenero delicato, sembra un canto, una pietas.

Sale il vento e trovo un riparo, una macchia isolata di Epilobium mi attrae, sullo sfondo vedo la mia famiglia e tutto è un gran piacere.

Alè mi chiamano, la luce sta calando. È ora, scendiamo.

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