Appunti per il Giardino delle Stanze Sonore – Parte 1

E’ il passo sulla lastra di luserna che consente il guado alla piccola pozza a chiusa del vialetto dei lauri e delle rose e delle arcate in rami di salice.

A più di una persona è capitato su quella pietra di sentire qualcosa, un fremito, un’incertezza, una piccola sospensione: così inizia lo spettacolo al giardino delle stanze sonore.

E superata l’acqua ciò che si pensava apertura, via, non lo è più e non perché manchi la rotta: distrae il crepitio dei passi sulla ghiaia, non ci si accorge dell’aria sottile che camminando a poco a poco penetra e allenta.

Un modo per scoprire questo giardino é immaginarsi come un pappo di pioppo, rendersi leggeri e volanti quindi, consapevoli che un semplice petalo che cade decide la natura dell’incantesimo. A chi si sposta così, senza binario, per non sbandare, basta individuare i resti di quel parco di villetta borghese, nato decenni or sono, da una cinta di lauri e pioppi cipressini e all’interno da una profusione a tiro di fionda di aceri saccarini, cedri atlantici, bambú, ligustri cinesi.

Tra gli alberi spicca un tiglio annoso: Patrizia ricorda che è stato piantato in quella che era un’aia contadina, poi venne il prato curato; ora invece, complice il prosperare dell’ombra, vive un sottobosco come si può trovare nelle nostre selve nel momento più bello, alla fine dell’inverno. La differenza, però, è che in questa aiuola la magia è per tutto l’anno, merito delle felci che con le loro fronde a falce sostengono la folla variopinta di erbacee cosmopolite. Se siete giardinieri questi nomi saranno utili: Dryopteris erythrosora, Asplenium scolopendrium, Athyrium filix-femina, Ligularia dentata ‘Othello’, Symphytum peregrinus ‘Pagels Blau’, Equisetum hyemale, Trachystemon orientalis, Asarum maximum ‘Ling Ling’, Brunnera macrophylla, Aruncus ‘Misty Lace’, Epimedium × versicolor ‘Sulphureum’.

A lato del sottobosco in fiore uno slargo di pietra e ghiaia, un kare-sansui con quarziti a grandi punte e ghiaino marmifero, rocce metamorfiche che suggeriscono che qui di cotto, di alterato, non c’é solo il calcare o l’arenaria… Siamo nel luogo dall’ambizione più alta, della cura più assidua, sostare a lungo non è semplice.

Il letto di ghiaia ha un’ansa più stretta che si chiude in prossimità di un paio di lembi di cresta di macigno, la pietra delle vette dei nostri Appennini, i due blocchi sono sospesi in orizzontale ad un piede da terra e sostenuti ai lati da massi conficcati nel terreno. Patrizia li ha posati a formare un piccolo ponte e a passare sopra si cerca l’acqua sotto, ma non c’é, invero c’è il suo suono, sottile, viene dal bambuseto a pochi passi… Eccola l’acqua che scorre, sciolta e lenta, il rumore è leggero, maliardo, cade verticale sulle grande scultura in vetro fuso.

Altre acque ci sono in questo luogo, la più chiassosa è al lato apposto: uno specchio grande una metà del giardino in pietra deve la sua voce a due bocche, una in bambù e l’altra in lastre di porfido sovrapposte; insieme creano un movimento in grado di sostenere un ricco lamineto. Qui la vita di una fauna minuta e varia si muove discreta ma non d’estate quando il gracidare delle rane di sobrio e contenuto proprio non ha nulla. Ai giardinieri un elenco parziale: Onoclea sensibilis, Osmunda regalis, Nymphaea ‘Hal Miller’, Ceratophyllum demersum, Myriophyllum aquaticum, Iris pseudacoras, Nelumbo nucifera.

Ai lati esterni lo stagno è chiuso da una imponente quinta di laurocerasi, alta tre uomini e larga di più: ha una parte abbandonata ai rovi e una parte pulita al piede fino ad altezza sguardo, così da avere da un verso il passo bloccato da una fratta impenetrabile e dall’altro un ambiente ombroso, attraversato dai rami scuri e ondivaghi, che invitano all’esplorazione. É facile avvertire una sensazione di antico, primordiale, immaginare quei boschi di laurisilva che dominavano fieri il mediterraneo prima delle glaciazioni. Tra i lauri una scala di legno: è appoggiata ad un grande pioppo nato intruso e lasciato come molte cose qui sono lasciate… La scala permette di salire su un grosso ramo.

Si alza il vento ai giardini delle stanze sonore ed é bene farsi trovare pronti perché quando soffia tutta la compagnia recita, gli alberi innanzitutto. E’ uno spettacolo vedere come i rami dissipano attraverso la chioma la forza che li scuote. Oggi sappiamo che nel farlo traggono insegnamento, apprendono come crescere, come radicare, come fare fusto. Invecchiando terranno memoria e per vie che noi ancora ignoriamo condivideranno con i propri simili l’esperienza appresa. É un pò rischioso, ma si può provare, come usa Patrizia, la vista dal ramo del pioppo della scala, il miglior loggione disponibile: da lassù la scena é grandiosa, gli attori straordinari.
Da quell’altezza non ci sono dubbi: Il giardino è un congegno per emozionare, sa mostrarsi come una giostra amorevole dalla quale non vorremmo mai scendere.

Fotografia 1-3-4-5 di Marco Degli Esposti

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