Appunti per il Giardino delle Stanze Sonore – Parte 2
Il disegno segue il tracciato del labirinto di Chartres, in scala uno a due.
Ma la somiglianza dura poco.
Basta indugiare perché la linea smetta di essere figura e diventi percorso.
Non è un gioco, né un ornamento.
È qualcosa che agisce — lentamente — su chi lo attraversa.
Si entra pensando di seguire un tracciato, e invece si viene presi in una serie di deviazioni che non chiedono di essere capite.
Il passo si adatta, il respiro cambia, lo sguardo si abbassa.
C’è un sapere in queste curve, ma non si offre.
Rimane ai bordi, come una presenza che accompagna senza dichiararsi.
A tratti sembra di avanzare verso un centro, poi il percorso si piega e lo allontana.
È in questo scarto che qualcosa si muove: non davanti, ma accanto.
Il Minotauro non è alla fine.
Non attende.
Si lascia intuire nei punti in cui il cammino si stringe, dove l’andare perde sicurezza e il corpo esita senza motivo.
Non ha volto finché non lo si sfiora.
E quando accade, non è un incontro ma un riflesso: qualcosa che ci guarda da una profondità che non pensavamo abitata.
Intorno, il giardino continua a respirare.
Il cerchio di rami di salice, aperto nella siepe di lauro, trattiene la luce del giorno come un occhio quieto.
Si guarda attraverso, ma non restituisce ciò che ci si aspetta.
Poi la luce cambia.
Quando scende la sera, il giardino non si spegne: si ritrae.
Il buio non chiude, lascia passare.
La luna filtra tra i rami, si posa sulle curve del labirinto, le interrompe.
Ciò che era tracciato diventa intermittente.
Ciò che era chiaro si disperde.
È allora che il percorso smette di appartenere alla terra.
Non guida più.
Accade.
Si resta, senza avanzare davvero.
Il giardino trattiene e lascia andare nello stesso tempo.
Non chiede di capire, ma di sostare abbastanza a lungo perché qualcosa cambi posizione.
Il Minotauro non appare.
Ma non se ne va.
Rimane dove il pensiero si incrina appena.
Poco oltre, qualcosa sembra aver toccato il limite del giardino.
Una forma allungata, silenziosa, come approdata senza percorso.
Non appartiene del tutto al luogo, eppure non è estranea.
Come certe presenze che giungono quando non si cerca più di trattenerle.
Il giardino accoglie anche questo.
Non tutto deve essere ricondotto.
A un certo punto diventa necessario fermarsi.
Per chi cura questi spazi non è un gesto semplice.
C’è sempre qualcosa da orientare, da riportare a misura.
Eppure è qui che il giardino chiede altro.
Lasciare che il lavoro si depositi.
Affidare al vento ciò che ancora insiste.
A volte basta un suono minimo — un richiamo, un fruscio — perché qualcosa si ricomponga senza spiegazione.
Allora ogni parte del giardino — vetro, pietra, acqua, legno, erba — intercetta una luce diversa.
Non la trattiene: la spezza, la disperde.
E in quella dispersione, per un istante, tutto si alleggerisce.
Anche chi attraversa.


(tratta da: http://www.geomancy.org/labyrinths/chartres/char-2.html)

