Notizie dalle steppe

I questi giorni riordinando la libreria di famiglia di mia moglie (si, il cattivo coranavirus ha potuto tanto) abbiamo trovato questo magnifico libro: La Vie des Steppes Kirghizes, Zaleski, Bronisław datato 1865 editore Paris, J.B. Vasseur.

E’ un resoconto di viaggio, della metà dell’Ottocento, con testi e 21 splendide illustrazioni dell’Asia centrale tra il Mar Caspio e il lago Aral. Le tavole mostrano scorci di deserto, momenti di vita quotidiana delle popolazioni locali, villaggi e luoghi di rilievo. I disegni come gli scritti sono di Bronislaw Zaleski; alcuni si soffermano sulla vegetazione e la vita animale e i tentativi di allevamento sulla fertile riva dell’Aral.

Voglio condividere due descrizioni che accompagnano un paio di tavole. La prima è un ritratto di un albero venerato.

Gli alberi sono generalmente così rari nelle steppe che sono diventati un oggetto di culto per i loro abitanti. L’albero di cui diamo il disegno è l’unico che si incontra su tutta la strada tra il forte di Orsk, situato alla foce dell’Oro negli Urali, e i bordi del mare d’Aral: vale a dire in un viaggio di mille chilometri. Appartiene a una specie di pioppo, molto comune sulle rive della Vistola, e la profonda venerazione a cui è soggetto si estende anche a tutti gli esemplari di questa famiglia di alberi. Si trovano spesso nelle steppe dell’Asia centrale, sotto il nome di albero degli stracci, o Sinderik Agatch in tartaro, perchè sono sempre ricoperti di pezze e stracci strappati dagli abiti.

Ogni Kirghiso che passa vicino a un albero sacro si ferma, rimuove dal suo cammello o dal suo cavallo la copertura o il piccolo tappeto con cui è coperto l’animale, stende questa copertura per terra; in ginocchio o accovacciato lì, recita le sue preghiere; poi appende ai rami dell’albero un pezzo di stoffa preso dal suo cappotto, un pezzo di pelle di pecora o di crine di cavallo.

Tutti hanno la convinzione intima che un tale dono è portatore di felicità, li protegge da qualsiasi malattia e assicura loro una lunga vita; questo è il motivo per cui non solo gli alberi ma anche gli arbusti sono spesso carichi di tali offerte.

Abbattere un tale albero è considerato il più grande dei sacrilegi, e nessun kirghiso ne taglierà nemmeno un ramo morto.

Nella parte inferiore della steppa, non lontano dalle montagne Mougodjar, veneriamo un susino selvatico, composto da diversi tronchi, metà dei quali sono secchi e che nessuno osa toccare.

La seconda tavola che vi presento è Il giardino di Manghichlak. A seguire la descrizione.

Non lontano dalla roccia del Monaco, un centinaio di alberi di gelso, la maggior parte con forme strane, crescono nelle fessure di uno spesso strato di calcare. Non è noto chi li abbia piantati. Se diamo credito ai kirghisi, sarebbero stati i Troukhméniens, ex abitanti di questa regione. Essi però non propongono alcun nome, né citano una data a sostegno della loro opinione.

Gli alberi sono abbastanza grandi; il loro fogliame è spesso; senza dubbio trovano sotto le rocce delle fonti d’acqua, grazie alle quali sono in grado di prosperare sotto un cielo torrido, in una regione che non è affatto boscosa.


Durante i lavori di costruzione della fortezza di Nowo-Pietrowsk, approfittando del cantiere, sono state scavate scale in pietra morbida, allestiti piccoli ponti, persino scolpito una culla in roccia calcarea, e così fu creato un giardino lì, forse unico nel suo genere, chiamato il giardino di Alessandro.


Sono stati fatti tentativi per acclimatare varie piante e la maggior parte di queste ha avuto successo. Mettendo molta cura e diligenza in esso e annaffiando frequentemente, si potrebbe forse coltivare viti lì. Così com’è, questo giardino sarebbe una vera benedizione per gli abitanti della fortezza, se fosse più vicino.


Attualmente, è solo una curiosità; poiché, nel bel mezzo del caldo estivo, nessuno percorre diversi chilometri per cercare ombra; questo giardino è quindi quasi sempre deserto e il mare che viene a battere il piede da solo interrompe il silenzio che regna lì.

Preso dall’entusiasmo ho ripreso sulla mia scrivania il mio amato Steppes: The Plants and Ecology of the World’s Semi-arid Regions, di Michael Bone, Dan Johnson, Panayoti Kelaidis, Mike Kintgen, and Larry G. Vickerman (i membri del Denver Botanic Gardens), pubblicato nel 2015 dalla Timber Press. Per chi non lo conosce un magnifico studio illustrato sulle piante, il clima, la geologia e la geografia delle steppe del mondo tra cui naturalmente quella asiatica.

Un secolo e mezzo divide questi due libri, eppure vederli affiancati sulla scrivania è per me un grande piacere. Insieme offrono una via per abitare i luoghi, tra sguardo poetico e osservazione scientifica.

Quando usciremo dal nostro confino, e ritorneremo ai luoghi amati, penserò a questo: con sguardo sereno.

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