Zio Ike e Lady Tottington

Oggi, con la testa ormai in vacanza, mi ballano in mente strane figure: due ve le accenno.

la prima è zio Ike, il crudo cacciatore del romanzo La grande foresta di Faulkner, personaggio che in giovinezza mi ha letteralmente ossessionato. Ike è l’uomo occidentale che vive la foresta e le sue leggi in maniera totale: si considera bestia predatrice e i compagni di caccia, gli animali preda, la lotta, la morte, lo scintillante ombrello verde che tutto avvolge, sono il suo primordiale mondo.

La seconda figura, molto più rilassante, è Lady Tottington dal film cartoon Wallace e Gromit – La Maledizione Del Coniglio Mannaro. Lady Tottington di Tottington House benevola ereditiera che mantiene a distanza il suo Ike spasimante (sempre in sahariana e fucile) è, oggi, la mia bandiera.

Lady Totthingam

Lady Tottington, naturalmente appassionata giardiniera, pretende un approccio non violento alle coltivazioni e al rapporto con gli animali: per ottenere ciò si affida alla premiata ditta Wallace e Gromit. Le loro avventure sono da non perdere!

Eh si, caro giardiniere Gromit: lungi da noi il mondo di Ike! Eppure zio Ike è zio Ike: zio Ike è di famiglia.

Wallace And Gromit La Maledizione Del Coniglio Mannaro

Il vecchio Ike disse:
Presto entreremo nella foresta. Per me non è una cosa nuova, visto che l’ho fatto ogni novembre per più di settant’anni – da quest’ultima collina, ai piedi della quale comincia la ricca ininterrotta pianura alluvionale, come il mare comincia ai piedi delle sue scogliere, dissolvendosi sotto la lenta pioggia di novembre come il mare stesso si dissolve.
Ai vecchi tempi ci venivamo coi carri: i fucili, le brande, i cani, il cibo, il whisky; i giovani, allora, che potevano restare a cassetta tutta la notte e tutto il giorno seguente sotto la pioggia fredda e piantare il campo sotto la pioggia e dormire nelle coperte bagnate e alzarsi all’alba la mattina dopo e andare a caccia. Allora c’era l’orso. Uno poteva sparare a una cerva o a un cucciolo con la stessa tranquillità che a un cervo maschio, e il pomeriggio tiravamo revolverate ai tacchini selvatici per esercitarci negli appostamenti e nella mira, e poi davamo tutto ai cani, tranne il petto. Ma ormai quel tempo è passato. Ora ci andiamo con le macchine, e tutti gli anni guidiamo più veloce perché le strade sono migliori e la distanza da percorrere maggiore, e la Grande Foresta dove ancora corre la selvaggina di anno in anno si contrae sempre di più su se stessa, cosi come fa la mia vita, e ormai io sono rimasto l’ultimo di quelli che una volta facevano il viaggio sui carri senza nemmeno accorgersene; e quelli che adesso mi accompagnano sono i figli e addirittura i nipoti degli uomini che viaggiavano anche ventiquattr’ore di fila sotto la pioggia o il nevischio dietro i muli fumanti. Mi chiamano “Zio Ike” adesso e a pochi, molto pochi di loro importa un minimo di quanto abbia passato gli ottant’anni: gli importa solo di quello che so anche da me: che forse non c’entro più niente con questi viaggi, non sono più per me, anche fatti in macchina.
Per la verità ormai ogni volta, durante la prima notte al campo, disteso insonne e pieno di dolori tra le coperte ruvide, col sangue solo appena riscaldato dall’unico whisky, e allungato con acqua, che mi concedo, mi dico che quella è l’ultima volta. Eppure io il viaggio lo reggo bene e sparo ancora bene come ho sempre fatto, quasi, e come sempre uccido ancora quasi tutta la selvaggina che vedo; non ricordo più, se mai ne ho tenuto il conto, quanti cervi e orsi ha centrato il mio fucile – e ci penserà il tepore, il calore della prossima estate a rimettermi in sesto, come nuovo.

Tratto da La grande foresta William Faulkner | Adelphi | 2002

Un saluto grande 🙂

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