Ta-Daa: sarà questo inverno che fa voglia di scappare, sarà che le cattedre ambulanti di agricoltura di inizio 900 sono un mio mito, ma la fantasia di trasformare i miei corsi al chiuso delle salette dei centri di formazione, in una attività all’aperto di giardinaggio birichino, proprio non mi molla…
Giardinaggio birichino? E’ un po’ che uso questo termine ed è ora che lo spieghi! Con Alberto Boggero e Laura Dell’Aquila, amici di lungo corso e anch’essi docenti, è un po’ che riflettiamo e al momento alla domanda rispondiamo pressapoco così:
- Birichino perché dire “si pota cosi” ci annoia: ci piace “se poti così… se poti cosi allora… ” (I “si” ci piacciono solo con l’accento: Sì i Penstemon sono stupendi!)
- Birichino perché di un legnetto, di una foglia, di un seme pensiamo sempre in molti modi e ci piace incontrarne di nuovi.
- Birichino perchè le cose ci divertiamo più a farle, e farle insieme, che a spiegarle.
- Birichino perché ci frulla un chiodo fisso, non solo pinocchio è nato ceppo!.
Per dar corso a questa idea, sempre con Laura e Alberto, abbiamo pensato, il 6 e il 7 marzo al Giardino di Pimpinella di iniziare proponendo due giornate intere birichine.
Il giardino di Pimpinella è un ambiente straordinario in un luogo straordinario: Luminasio. Vogliamo giardinare in uno dei luoghi più belli che conosciamo.
Così a Pimpinella il 6 marzo inizieremo con una giornata intera dedicata ai principali lavori dell’orto. Vi introdurremo all’orticoltura biologica, alle varietà di ortaggi antichi ed esotici: dal favoloso pomodoro Canestrino alla misteriosa Momordica. Una lezione all’aria aperta, un ABC per portare a casa una ventata di entusiasmo. Trafficheremo in concimi, sementi, attrezzi, trucchi del mestieri con la promessa a mezzodì di una super pappa da gustare insieme nell’accogliente atmosfera del Giardino di Pimpinella.
L’7 marzo sarà invece il giorno della potatura e degli innesti. Poteremo piante da giardino e da frutto. Ci districheremo tra dardi, lamburde, borse, brindilli e mazzetti di maggio. Faremo anche una capatina nel bosco per ragionare insieme di manutenzione. Impareremo i trucchi per ottenere nuove piante dai rametti di potatura. Nel pomeriggio affronteremo i misteriosissimi innesti: in particolare delle piante da frutto. Anche qui super pappa a mezzodì.
Le giornate iniziano alle ore 10, pausa pranzo alle ore 12.30. Ripresa delle attività alle ore 14. Ci saluteremo alle 17.30 con una fumante tazza di tè (e biscotti naturalmente).
Giardino di Pimpinella mail info@pimpinella.it , telefono 051.932793 oppure 389.9703212

Ah: per l’occasione abbiamo intenzione di rifarci il look

Laura sta pensando a una sobria mise Hollywoodiana
)

Io... alla mia quintessenza!

Non so se Nicola Salvi l’avesse previsto, quando scelse quella pietra tutta grotticelle e buchi per la sua incantevole Fontana di Trevi. Non so se i responsabili della manutenzione siano distratti o esteti, o filosofi… Ma quel tocco verde, in un angolo discreto ma non invisibile, con la sua grazia di bouquet tra i tagli duri e calcinati del travertino, mi ha fatto pensare con riconoscenza alla bellezza indomita del caso.
Quanto è grande quel “giardino”? Pochi centimetri quadrati. Quanta manutenzione richiede? Poco o nulla. Ha l’acqua? Sì. Non esisterebbe, se qualcuno non lo scoprisse.
E’ lì, fino a quando qualche zelante non lo chiamerà “erbaccia”, a dirci che la bellezza non l’ha inventata il giardiniere. Ma che un giardiniere può fare molto per la bellezza.
«Dal buco nella siepe» disse Susan «l’ho vista che lo baciava. Ho alzato gli occhi dal vaso dei fiori e ho guardato nel buco. L’ho vista che lo baciava. Li ho visti Jinny e Luis, che si baciavano.” Nasconderò la mia angoscia nel fazzoletto. Lo avvolgerò stretta in un gomitolo. Da sola andrò al bosco dei faggi, prima della lezione. Non mi metterò seduta al banco a fare le addizioni. Non mi metterò a sedere vicino a Jinny e Louis. Prenderò la mia angoscia e la poggerò tra le radici dei faggi,” La osserverò, la toccherò con le dita. Non mi troveranno. »
Virginia Woolf, Le onde, trad. Nadia Fusini, Torino, Garzanti, 1998
Perdonami Silvio ma per me la via del bosco è la via della Pietas da una parte e del lenimento dall’altra, come in questo stupendo frammento di Virginia. Il bosco che racconta Mauro Corona e di cui tu spesso mi scrivi (ora dovrai farlo pubblicamente
) è un bosco vero, il canto delle manère oltre a riportarci al suono e all’odore dell’acciaio del legno dell’olio di gomito non confligge con la selvatichezza raccontata in questo blog. Corona scrive ad esempio dell’albero abbattuto senza perizia e che cadendo “batte e torna indietro con una forza che rompe il mondo”: non è forse una immagine che chiama Pietas? Per Pietas intendo, per estensione del significato antico, un sentimento di rispetto per la vita, per i viventi tutti che si traduce in un’adesione, in un dover esserci, a sé e agli altri. Ognuno al suo compito e al suo momento, può essere un semplice raccogliere di foglie o un difficile, impossibile affrontare il dolore di un bimbo che ha perso il genitore.
Nel parlare di “vie del bosco” tra il termine selvatico e selvaggio noi usiamo esclusivamente il primo. Non perchè selvaggio sia qualcosa di negativo: semplicemente indica altro. Perdonami l’ennesima citazione, ma non vorrei alimentare il dubbio che io viva solo di farina del mio sacco: diceva Robert Bly che selvatico è colui che ha studiato la propria ferita. Di questa selvatichezza andiamo parlando.
Metto l’elmetto e ti aspetto Silvio!

“The Wild Man, who has examined his wound, resembles a Zen priest, a shaman, or a woodsman more than a savage” – Robert Bly“
Ebbene sì l’ho fatto: son tornato ai castagni di Poranceto, questa volta da solo, giusto per capire quelle due, tre, cento cose che ancora mi sfuggono.
Subito mi sono scappati gli occhi e ho dovuto rincorrerli se non volevo perderli tra tutti quei legni cavi, quelle cortecce, quei muschi.
Riconquistata la vista l’ho esercitata, cambiando angolo, pensiero, anche toccando, annusando. Sembrava di sentirli ancora, tutti quei rastrelli e segacci: questo bosco è stato un gigantesco campo di lavoro, una miniera di cibo e legna, la vita per decine di generazioni…
Ancora tocco e annuso. Tra le forme arboree spuntano i volti dei lavoranti, si assomigliano, i tratti si confondono, gli uomini agli uomini, gli uomini alle piante, agli animali… Ho gli occhi chiusi quando sento un frusciare veloce, poi scintille, spari ovunque e urla e gemiti… E’ la guerra, la seconda, quella della linea gotica. Qualcuno si è nascosto nel cavo di un tronco. Mi sveglio.
Davanti agli occhi ho davvero un cavo di tronco: cosa ne uscirà? Un brigante? Una coppia di innamorati? Un santo? Osservo bene: una carovana di formiche lenta sale e la sua testa è già nel buio del legno…
Devo aver sognato a lungo qui a Poranceto.

Alla macchia, sì Matteo, è così il mio giardinare oggi.
Giardinaggio senza piani, senza disegni, perchè non si può avere un piano, un disegno quando il piacere è nella relazione, nello scambio. Il mio giardino non è una espressione artistica, come non è un luogo definito: il mio giardino è nel vivere, nel continuo riflesso, per parole e immagini, che stare con le piante mi procura. Giardinando ciò che lascio, sono piante accostate, piante curate, sono parole, immagini, affetti, questo blog. Pur cercando bellezza non è il fine estetico la mia guida: la bellezza è colta nella vita che avvicina, lega, persone a persone, piante a piante, persone e piante.
La natura vegetale è misteriosa, profonda e affascina sentire quanto stretti e dipendenti sono i nostri destini. Osservando un paesaggio come un giardino vedo il lavoro dell’uomo sulla natura, vedo la promessa della natura, una promessa che agita le nostre zappe i nostri cuori. I luoghi curati raccontano storie che una volta narrate tornano ad essi in nuovi gesti e nuove cure.
Nascono dalle macchie, quando nascono, i miei giardini, nascono da una cosa che vedo, che è lì, ma è lì perchè lì ci sono i miei occhi, il mio cuore. Domani o ieri, con te o senza di te, non è la stessa cosa, la stessa macchia, lo stesso giardino… Se qualcosa mi muove, allora cominicio: sei io provassi, se io mettessi… Ci sono giardini ai quali non ho nulla da aggiungere, magari togliere: sì togliere…
Anche a me Matteo piacciono le macchie, quelle che la natura offre sono le più incredibili: nel legno vecchio del castagno, nel prato fiorito, nei licheni sulla roccia… Ci sono macchie e macchie, alcune sono molto pericolose e ho imparato negli anni a ignorarle. Anche se affascinanti non tutte sono adatte alla crescita perché hanno veleni e rancori difficili da lenire. Meglio lasciar cadere: utile darsi alla macchia…
Questione di affetti ecco cosa è il mio giardino.

di Matteo Meschiari in queste vacanze ho letto con piacere e attenzione:
Dino Campana. Formazione del paesaggio
Sistemi selvaggi. Antropologia del paesaggio scritto

Fire and Iron in association with Castle Gardens. Whirling Butterflies. Designed by Fire and Iron Castle Gardens
OOh carissimi, inizia in pigrizia per il giardiniere questo 2010: nevica! Che vuoi fare oltre a sgrullare le piante imbiancate? Fuori è bufera e qui accanto al mela computer si sta proprio bene.

Fire and Iron in association with Castle Gardens. Whirling Butterflies. Designed by Fire and Iron Castle Gardens
Al calduccio scorro le immagini in memoria con il buon proposito di ordinarle, poi trovo queste di due anni fa: siamo al festival del giardinaggio di Hampton Court. Nella foto sono ritratte le favolose shoot head di Simon Mahoney. Che belle! Cavolo come ho potuto dimenticarle? Alè, attacco adolescenziale, siccome non ho le cinque sterline per acquistarle (cinque e mila) vado a prendermela con il mio legnetto di liquerizia e… nel morderlo, ho una reverie da urlo: il vinile Camembert Electrique dei Gong (alzi la mano chi li conosce che diventiamo subito amici…
). 
Per mille farfalle e per mille formaggi elettrici o mille teiere volanti: meraviglia delle meraviglie!
Eh si: questo 2010 parte proprio alla grande, ascoltando la canzone qui sotto in versione You Tube, Fohat scava buchi nello spazio io mi immagino a seguirlo, Fohat (Fohat? l’energia cosmica? l’anarchico flottante? il dottor Ottava?), a seguirlo con semini e bacchetti: sai che semina con tutti quei buchi? Tutto ciò senza fumare e bere: giuro!
Buon anno!
P.s.
Ho appena scovato il libretto di Stampa Alternativa 1980 What’s Gong On. Queste le prime fondamentali righe:
Tutto è zero prima del grande uno.
….
La Gong band fu formata a Parigi dopo una visione energetica nel ‘66 attraverso un alieno australiano poeta e musicista. Da allora è esistita come un veicolo per una moltitudine di musicisti e stili musicali, molti dei quali sotto la supervisione delle guide spirituali di Gong chiamate dottor Ottava, medium l’alieno e la sua yonica concubina, che hanno contribuito ad uno stile di canto mondiale verso una musica chiamata sussurro spaziale, derivante dai canti d’Atlantide. Questo sussurro spaziale, unito alla magica tecnica della chitarra battente chiamata glissando praticata dall’alieno, è il veicolo basilare per l’elevazione della coscienza praticata dal dottor Ottava tramite i musicisti Gong.
….
Meditando sulle parole di mio figlio Federico, e battagliando in questi giorni di promesse di regali (Perchè papà il Nintendo DS no? Perchè gli altri lo hanno? Se pensi che sia così stupido, il DS, perchè gli altri no?) mi è venuta in mente una scena estiva catturata all’Arboreto. Domenica pomeriggio, giornata di sole, temperatura ottima: un nutrito gruppo di giovani simil squatter con al seguito gli immancabili cagnolini scodinzolanti si aggira smarrito per i sentieri del parco. Uno dei ragazzi più… squatter, sbotta: “Eh ma che storia è qui? Oh ma hai visto l’erba? Troppo alta, dai cioè, andiamo via… Oh e poi ho fame! Qui non c’è neanche la barachina…” (a Bologna la barachina è il chiosco dei gelati e affini). Tutto ciò detto a pochi passi da una siepe di Amelanchier in frutto, una rossa delizia del palato irraggingibile per questi giovani senz’occhi.
Perchè mi viene questo ricordo? Che c’entra con mio figlio che vuole il DS per “portarlo ai giardini fingendo di giocare con la natura, cercando in realtà di vincere il terzo livello di colaf dyouti”?
Ancora ricordi: questa volta di Libereso. Tra le tante cose che riguardano il giovane Italo, Italo Calvino, suo coetaneo e da ragazzo compagno di vita nel giardino Stazione Sperimentale di San Remo diretto dal padre Mario, Mario Calvino, una mi impressiona. Ricorda Libereso che Italo non amava la vita in giardino, o meglio non sopportava tutto il da farsi, gli impegni, le mille fatiche del giardiniere. Italo amava inboscarsi, alla maniera del barone rampante immagino, e allora mi chiedo, se Italo fosse bambino oggi, salirebbe sull’albero con un Nintendo? Forse sì.
Penso che ogni generazione, ogni branco ha il suo mondo e i suoi oggetti dati. Oggi i mondi della nostra infanzia ancora opulenta sono pieni di oggetti dati: oggetti studiati al millesimo con un occhio strizzato al genitore e uno al bambino. Al genitore gli oggetti gioco come il Nintendo DS promettono tempo libero, disimpegno, tranquillità e al bambino offrono un mondo ipnotico dove ogni difficoltà si risolve pigiando un tastino, alle volte due. Harry Potter, l’eletto il prescelto, è sempre più il simbolo/mito di questa generazione senza sentieri alla quale si promettono poteri magici che nessuno sa come esercitare.
Complicata la faccenda. Io non ho risposte: neppure per me. Ho il piacere di un rapporto con il mondo della natura, ho il piacere di stare con i miei figli e guardarli negli occhi. Ho il dovere con loro di trattare, trattare, trattare. Ho la responsabilità di scegliere.

Se c’è un valore per me in tutta questa scrittura collettiva su Attraverso Giardini 2009 è nel cercare, nel frugare tra le trame, le griglie che ci fanno vedere le cose e dire “oh a me si: è quella pianta che piace, è quel giardino, bosco, coltivo, selvatico…”
Mi fermo qui: ci sarebbe tanto ancora da dire ma devo scappare. Per oggi, come dicono i miei figli video giocatori, ho finito la mie “cariche di vita”. Buone Natale a tutti
. A Gatto Silvestre in più una coccola e la promessa di una ciotola di acqua e clorofilla sul limitare di questo giardino, sempre.




















